MICHELANGIOLO
L'UOMO - IL SOMMO ARTISTA
 

Tratto dall'omonimo libro di Mons. IVANO RICCI

 



MICHELANGIOLO, AUTORITRATTO - Galleria degli Uffizi - Firenze

L'Uomo Michelangiolo nacque il 6 marzo 1475 da Lodovico Buonarroti e da Francesca di Miniato del Sere a Caprese.
In quei tempi lontani, il territorio capresano doveva avere certo una linea più accentuatamente rupestre, quantunque dentro le antiche mura del castello, di cui oggi rimangono soltanto ruderi massicci, contenesse la casa, che era la residenza del potestà. Pittoresco sempre resta il paesaggio, dove, verso settentrione, spicca il Crudo Sasso di S. Francesco, e in basso il fiume Sinigerna, affluente del Tevere, serpeggia lento tra i monti e le valli.
Il padre di Michelangiolo, essendo potestà di Chiusi e Caprese, dimorava sei mesi in una sede e sei nell’altra.
Da un documento, però, si rileva che il figlio nacque, quando Lodovico si trovava a Caprese.
Ciò chiaramente risulta da una copia dell’atto di nascita, scoperto da Alessandro Gherardi, tra le carte dell’Archivio Buonarroti.

 

 

 


LA CASA, DOVE NACQUE MICHELANGIOLO

  La casa natale porta 1’ iscrizione : « In questa
umile cameretta il dì 6 marzo 1475 — nacque — Miclielangiolo Buonarroti ». Un bimbo tranquillo e grave si sveglia a Caprese — scrive Emilio Ludwig — cresce a Firenze, penetra creatore poderoso nella città dei Papi; il castello e la basilica si riflettono nella sua anima.
Dopo essere stato battezzato nella chiesetta di S. Giovanni, appena trascorso un mese dalla nascita, fu portato a Settigriano (Firenze) e dato a balia alla moglie di uno scalpellino.
Michelangiolo nella sua vita adulta giustamente affermò che il proprio mestiere l’aveva succhiato col latte. La sua famiglia era fiorentina e l’aria che respirò — dice Giovanni Papini fin quasi a venti anni fu quella delle colline e delle strade fiorentine. A sei anni perdette la madre.
Nella prima età il padre suo voleva che attendesse alle lettere, ma egli invece era inclinato all’arte, alla quale si dedicò frequentando la bottega del Ghirlandaio, pittore fiorentino.
Ancor fanciullo, andando a imparare con lo scultore Pietro Torrigiani, da questi, per rivalità, si buscò un pugno che gli deturpò il naso per tutta la vita. Michelangiolo fu accolto da Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, protettore di artisti e di letterati, che lo volle nel suo palazzo, come fosse uno della propria famiglia. Lorenzo aveva fondato una scuola per promuovere la scultura, e Michelangiolo, alla vista delle opere raccolte nei giardini



LA PIETA' - Nella Basilica di S. Pietro - Roma

  medicei, si determinò a diventare scultore. Vedendo prossima la caduta de’ Medici, per l’avanzare dell’esercito francese, guidato da Carlo VIII, riparò a Bologna, a Venezia, poi di nuovo a Firenze. In seguito di tempo alternò il suo soggiorno tra Firenze e Roma, dove dimorò dal 1534 fino alla morte.
Michelangiolo, nel suo aspetto fisico, fu piuttosto debole e malaticcio, piuttosto brutto, tanto che egli si raffigurò in quel verso : «la faccia mia ha forma di spavento ». Egli stesso affermò di aver rinunziato a prendere moglie per attendere all’arte, che gli fu idolo e monarca, e a chi gli rimproverava tale cosa, egli rispondeva argutamente «Io ho moglie troppa, che è quest’arte, che mi ha fatto sempre tribolare ed i miei figlioli saranno le opere che io lascerò ».
Conosceva a meraviglia la struttura del corpo umano, avendola esaminata e studiata dal vero nei cadaveri dell’ infermeria di Santo Spirito a Firenze.
Lavorava indefessamente, e diceva con ragione ad Ascanio Condivi, suo biografo : « Ascanio, per ricco ch’ io mi sia stato, sempre son vissuto povero ». Dormiva poco, viveva solitario ; faticava molto, parte della notte attendendo alle sue sculture. Era tutto preso dall’ ispirazione dell’arte e dai sacrifici che gl’ imponeva, cosicché dimenticava ogni comodità della vita. Si era fatto una specie di elmo di cartone, sul quale fissava una candela, per lavorare con più profitto nelle ore notturne.
Racconta il Vasari che una volta, a notte avanzata, gli mandò quattro mazzi di candele di dieci libbre l’uno. Ma Michelangiolo, avendole rifiutate, il servitore che gliele aveva portate disse che si era stancato, e che invece di riportarle via, gliele avrebbe messe tutte ritte in certa fanghiglia, davanti alla
  porta, e che le avrebbe poi accese tutte. Allora Michelangiolo subito disse: « Posale costi, chè io non voglio che tu mi faccia le baie all’uscio ».
Ebbe familiarità con gli uomini più famosi del suo tempo ; sette pontefici, che durante la sua vita si succedettero sulla cattedra di S. Pietro, raccomandarono al genio di lui 1’ immortalità del proprio nome.
Il padre suo, Lodovico, che a Firenze esercitava uffici modesti, morì nel 1534 a 92 anni. Michelangiolo ebbe quattro fratelli: Buonarroto, Leonardo, Giovan Simone e Sigismondo. Anche quando era travagliato da mille difficoltà, Michelangiolo si occupava della casa, dei fratelli, del nipote ; sempre consigliava i suoi cari in molte lettere e li ammoniva come un buon padre di famiglia.
Con i suoi guadagni acquistò case in Firenze e diversi terreni nel contado fiorentino. Circa i sessanta anni cominciò a sentire i disturbi del male che lo tormentò poi lungo tempo. « Per quello che giudicano i medici, dicono che io ho il male della pietra » così scriveva al suo nipote Leonardo. E confessava che questo incomodo gli era sopraggiunto a causa di tante fatiche e di tanti disagi, sopportati con eroica costanza. Lo curava Realdo Colombo, medico eccellente.
Ma per curare il suo male aveva più fiducia nelle preghiere che nelle medicine : « ho avuto buon medico, ma più credo alle orazioni che alle medicine ». Si aggiunsero poi sventure familiari; a poca distanza di tempo gli morirono due fratelli: Giovan Simone e Sigismondo, poi il servo fedelissimo Francesco Amadori, detto Urbino, di Casteldurante, che lo aveva servito per 26 anni. Scrisse su questo fedele servo una lettera commovente, dicendo:



PARTICOLARE DEL DAVID - Galleria antica e moderna - Firenze

  « dove in vita mi teneva vivo, morendo mi ha insegnato a morire ».
Presentiva vicina la fine, e affermava che non nasceva pensiero in lui in cui non vi fosse scolpita la morte, della quale aveva perfino rappresentata 1a figura nella propria abitazione a Macel de’ Corvi presso il Foro Traiano, a Roma. Diceva : « Io sono tanto vecchio che spesso la morte mi tira per la cappa, perchè io vadia seco, e questa mia persona cascherà un dì e sarà spento il lume della vita ». Visse fino a quasi 90 anni. Tre anni prima di morire, una volta si alzò scalzo, e in tale stato per tre ore stette a disegnare, poi svenne, e si credette che fosse morto ; poi ritornò in sè. Tre giorni prima della morte, per cacciare la sonnolenza, volle provarsi a cavalcare il suo ronzino di color castagnaccio per andare a vedere i lavori a S. Pietro, secondo il solito, ma il freddo della sera e la debolezza di testa e di gambe glielo impedirono, e così ritornò al fuoco in una sedia, dove stava più volentieri che a letto. Intanto, dalla Chiesa di S. Giovanni Decollato, detta dei Fiorentini, dove risiedeva la Confraternita a cui apparteneva Michelangiolo, un sacerdote partiva col SS. Sacramento, seguito dai fratelli con torce accese, in mezzo a due file di cittadini inginocchiati, poiché la notizia della fine imminente di Michelangiolo si era sparsa per tutta Roma.
La sera del 18 Febbraio 1564 il suo grande spirito abbandonava la terra, dove aveva tanto lottato, creando capolavori di una potenza sovrumana. Il suo corpo fu posto provvisoriamente nella Chiesa dei SS. Apostoli, ma poi fu portato a Firenze nel tempio di S. Croce, dove su disegno del Vasari, gli fu innalzato il sepolcro.
   
Lo Scultore Della sua vastissima opera di scultore, pittore, architetto, poeta, dobbiamo qui ricordare soltanto i capolavori. Come artista, amava tutte le cose belle, e questo amore nasceva da qualunque forma gli suscitasse nell’animo e nella fantasia un’ immagine superiore di bellezza. Ascanio Condivi, che scrisse la vita di Michelangiolo, dice che egli amava la bellezza umana, ma universalmente ogni cosa bella, un bel cavallo, un bel cane, un bel paese, una bella pianta, una bella montagna, una bella selva, e ogni cosa bella e rara nel suo genere, ammirandola con meraviglioso affetto. Michelangiolo era nato per la scultura, dove trasfuse la sua alta spiritualità ; nelle opere si firmava scultore fiorentino. Viene tralasciata la cronologia, perchè le sue opere vanno oltre il tempo, e vivono in tutti i tempi.

 

La pietà Uno dei suoi primi lavori, nel quale si rivela l’arte eccezionale dello scultore giovanissimo, è La Pietà, che è in S. Pietro a Roma. Il gruppo rappresenta, con fine delicatezza, il dolore materno della Vergine, che tiene sulle ginocchia il corpo del suo Figlio divino. Le parole di Giorgio Vasari esaltano efficacemente quest’opera meravigliosa, in cui si afferma subito, con perfezione di forma, il temperamento artistico dello scultore. « (Alla quale opera (La Pietà) dice il Vasari, non pensi mai scultore, né artefice raro poter aggiungere di disegno, di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza, e di traforare il marmo tanto con arte, quanto Michelangiolo vi fece, perchè si scorge in quella tutto il valore e il potere dell’arte ». La dolcezza della Madre rende amabile il suo dolore, il corpo del Figlio è affranto dai tormenti della passione e dallo strazio del patibolo.



IL MOSE' - Chiesa di Pietro in Vincoli - Roma

  È la prima grande opera di Michelangiolo, che viene accolta nel tempio di S. Pietro, dove pure, nell’ultimo tempo della vita, sorgerà la sua Cupola meravigliosa.
Si racconta che uno di alcuni visitatori lombardi recatisi a vedere questo lavoro della Pietà, domandò chi ne era l’autore. Un altro rispose : « è il nostro Gobbo di Milano » (Cristoforo Solari, artista milanese). Michelangiolo, che per caso era presente, si sdegnò di questa attribuzione e «una notte vi si serrò dentro con un lumicino, e avendo portato gli scarpegli — così riferisce il Vasari — vi intagliò il suo nome ».

 

Il David Quando tornò a Firenze, dal Gonfaloniere Pier
Soderini e dagli Operai di S. Maria del Fiore ebbe
il permesso di lavorare un blocco di marmo. Egli voleva rappresentare David e Golia, il giovinetto che tiene il piede sul gigante ucciso.
Ma non bastando il blocco, rappresentò David, eroe giovane, con dimensioni gigantesche, con fierezza di atteggiamento, pieno di forza e di audacia, in atto di affrontare il gigante. Nell’ immobilità della statua marmorea c’è l’umanità del moto e della passione espressa con indicibile segreto, che sarà quello di tutta l’arte michelangiolesca.
L’artista ha scolpito il suo eroe giovane nella pienezza della sua gioventù, tra i ventisei e i ventinove anni. Il così detto David — spiega Giovanni Papini è il primo autoritratto della sua anima passionata, severa, scontenta, pugnace e impaziente. Quel David non è il pastore ebreo, non è 1’ uccisore di Golia, ma è il monumento alla giovinezza vittoriosa e trionfante.
  Il Buonarroti sentiva in sé quell’impeto di fermenti e di tormenti, quel sogno di sovrastare a tutti, ai grandi del passato e del presente, che è nell’animo dei giovani generosi di nobile e prepotente genio.
Il David fu collocato davanti al Palazzo della Signoria, e lì stette per quattro secoli; nel 1873 fu tolto per non tenerlo più esposto all’ intemperie, e portato alla R. Galleria di Arte Antica e Moderna di Firenze.

 

Il Mosè Il Pontefice Giulio TI gli ordinò di fare un monumento sepolcrale per sé da collocarsi in S. Pietro, monumento che doveva riuscire colossale, imponente, con 40 statue rappresentanti : arti, virtù, santi, profeti ecc. Di tutto questo complesso Michelangiolo eseguì due statue: Lia e Rachele (vita attiva e contemplativa) e il titanico Mosè, che sta nel centro e tiene sotto il braccio destro le tavole della Legge; Mosè, dalla fronte caprina, con una mano posata sulla barba fluente. Il profeta, sdegnato col popolo ebreo prevaricatore, è la rivelazione dell’anima e della collera di Michelangiolo. Questo capolavoro si trova ora nella chiesa di S. Pietro in Vincoli a Roma. La causa, che impedì la grandiosa opera, è da ricercare, oltre che in altri fatti, nella invidia di Bramante e Raffaello.
Lo dice chiaramente Michelangiolo in una lettera : « Tutte le discordie che nacquono tra papa Giulio e me, fu l’invidia di Bramante e di Raffaello ». E questa fu la causa ch’ei non seguitò la stupenda opera in vita sua.

 



LE PARCHE - Galleria Pitti - Firenze

Le tombe Medicee Il pontefice Leone X, della casa Medici, oltre il disegno della facciata della chiesa di S. Lorenzo a Firenze, che non fu poi eseguito, gli ordinò di fare la Sagrestia Nuova (presso la stessa chiesa) destinata ai sepolcri della sua famiglia.
Al tempo di Clemente VII (parimente de’ Medici) furono proseguite le tombe medicee, rappresentanti Lorenzo e Giuliano de’ Medici. Lorenzo pare un generale, che dalla cima di una collina assista a un combattimento dei suoi soldati, mentre Giuliano, come indifferente e sordo a quanto avviene intorno a sé, sembra assorto in profondi pensieri. Accanto stanno le figure dell’Aurora, del Crepuscolo, del Giorno e della Notte.
L’Aurora e il Crepuscolo raffigurano i passaggi da uno stato di animo a un altro; il Giorno e la Notte rappresentano la vita e la morte. In tutte queste figure è nascosto un significato profondo, che è ancora oggetto di discussione e di ammirazione. Giustamente scriveva un moderno scultore, Giovanni Dupré, riguardo a queste tombe medicee: « La generazione, che possa fissare gli occhi della mente nelle profondità michelangiolesche, forse non è ancora nata ».

 

Il Pittore


Gli affreschi della Sistina

L’ impresa più difficile per Michelangiolo fu quella di dipingere la Cappella Sistina nel Palazzo Vaticano, perchè la pittura, egli diceva, non era
arte sua.
Eppure, di fronte al comando del Pontefice Giulio Il, uomo fiero e magnanimo, autoritario, dovette sobbarcarsi all’ immensa fatica. Michelangiolo doveva affrescare tutta la volta, nella quale, secondo l’antico Testamento, rappresentò la storia del mondo : la divisione delle tenebre dalla luce, la creazione del sole e della luna, la benedizione del



CRISTO GIUDICE - Cappella Sistina - Palazzo Vaticano

  Creato, la creazione dell’uomo, la creazione della donna, la scena del peccato, Noè che accende il fuoco sull’altare, il diluvio universale, l’ebbrezza di Noè ecc., poi ancora la storia di Aman e Assuero, David che abbatte Golia, Giuditta e Oloferne.
Ma suggestive sono le figure dei Profeti e delle Sibille, straordinarie tutte, con espressioni particolari : chi legge, chi medita, tutte assorte in un’altissima idea. La meravigliosa potenza di quel genio — dice uno scrittore — stampò con mano sicura le pagine più belle della storia dell’arte. Dio e l’uomo vi sono raffigurati come nessuna mente potrebbe immaginare.
Dopo così grande fatica, Michelangiolo, per aver tenuto troppo lungo tempo gli occhi alzati verso la volta, guardando poi in giù poco vedeva, sì che se egli aveva a leggere una lettera o altre cose minute
— racconta il Condivi — gli era necessario con le braccia tenerle levate sopra il capo.

 

Il Giudizio Universale Nella stessa Cappella Sistina, Michelangiolo, per ordine del papa Paolo III, dipinse il Giudizio universale, celebre affresco, che con le ricordate pitture della volta, costituisce la storia dell’umanità ; dal principio del mondo alla fine, l’epopea dei vivi e dei morti.
Il Giudizio Universale continua il vasto poema della Sistina. Cristo giudice, con la destra minacciosa, manda da una parte i reprobi, dall’altra gli eletti ; le figure si affollano, le composizioni hanno un aspetto di grande spavento : sembra che l’artista raccolga dalla Bibbia, dal poema di Dante, tutto quello che meglio può rappresentare la scena grandiosa degli ultimi avvenimenti del mondo.
  Nel centro : Cristo giudice in atto minaccioso alza la destra e sta rivolto verso i reprobi ; accanto è la Vergine, che sembra presa da spavento, e si volge dalla parte degli eletti.
Intorno è un’ innumerevole schiera di beati, che si stende lontariamente. Tutti sono attirati dalla potenza di Cristo, che non è ora quella del Salvatore, ma del Giudice, che ha la statura colossale. Egli non ha più l’aspetto dolce e soave, ma l’aspetto tremendo e terribile.
Superiormente — dice Giovanni Magherini — a tutti i personaggi che contornano il Giudice e la Vergine e che rappresentano la gerarchia celeste, restano due campi semicircolari. Michelangiolo dipinse dei nudi in svariate attitudini e formanti due gruppi occupati ciascuno a portare gli strumenti della passione; quelli a destra di Cristo portano la croce e la corona di spine, quelli a sinistra la colonna, la spugna, la scala. Tra la parte inferiore della composizione e il Cristo, e sotto a Lui, è un altro gruppo di giovani che danno fiato alle trombe e chiamano i morti al cospetto del Giudice. Dalle parti di questo gruppo, che li separa, altri due ve ne sono, i quali danno il vero carattere a quel gigantesco lavoro, poiché a destra della pittura, cioè a sinistra dello spettatore, vi è la falange dei beati, che s’ innalzano verso l’Empireo, vale a dire verso il luogo occupato da Cristo e dalla sua Corte, come se a Lui fossero attirati da arcana ma potentissima forza ; dall’altra parte vi è un gruppo di dannati che precipitano nell’abisso, e nel precipitare lottano con tutte le forze contro i demoni, che li tirano in basso, e contro il peso della maledizione del giudice.
Nei due gruppi sospesi, tanto degli eletti, quanto dei reprobi, Michelangiolo fa risaltare la sua grande scienza, la sua insuperabile maestria.
  Nei primi sivede la leggerezza del corpo, la naturalezza dei movimenti, che indicano tutti il sollevarsi da terra; nei dannati è l’ultimo energico sforzo della disperazione, ma uno sforzo inutile. In quelle facce disperate, in quelle figure scontorte è qualche cosa che non si può descrivere. Gli ultimi gruppi di figure, che terminano la composizione in basso, sono da una parte gli eletti che si svegliano dalle tombe, al suono delle trombe celesti ; alcuni sono allo stato di scheletro, altri escono di sotto terra; alcuni s’ innalzano verso il Cielo ; altri sono trasportati dagli angeli alla destra del Giudice. Dalla parte opposta è il gruppo, dove Michelangiolo superò sé stesso; vi è Caronte il quale, con la faccia terribile, vuota la barca piena di condannati alla pena eterna ed è figurato sulla nave, mentre percuote i dannati, che con ogni sforzo cercano di non precipitare nel baratro infernale.
Nei movimenti di quegl’infelici, nelle varie pose, nella contrazione dei muscoli, nei volti disperati vi è il terribile, vi è il sovrumano; nella faccia loro è scritta la disperazione.
L’eccellenza di quest’opera consiste nell’impareggiabile potenza d’ invenzione, rivolta a rappresentare i vari gruppi di figure, e nella profonda conoscenza dei corpi umani. Si racconta che mentre Michelangiolo componeva il Giudizio Universale, Biagio da Cesena, maestro di cerimonie, si scandalizzò di tante nudità, che vi erano state dipinte, e giudicò che l’opera era degna di stufe e di osterie.
Allora Michelangiolo si vendicò in modo terribilmente satirico, raffigurando lo stesso Biagio sotto sembianza di Minos, in mezzo ai diavoli. Biagio, indignato, si rivolse a Paolo III, il quale gli rispose che se fosse stato messo in Purgatorio avrebbe cercato di toglierlo, ma che, essendo nell’ inferno, non c’era speranza di redenzione.



PORTA PIA - Roma

  Il papa Paolo III, volendo legare il suo nome a una cappella, detta ora Paolina, ordinò che in essa l’artista dipingesse il martirio di S. Pietro e la Conversione di S. Paolo: nel primo i gruppi delle donne presso la croce dì Pietro — così scrive Papini — e le figure degli accorrenti e dei fuggenti intorno a Paolo caduto, non sono inferiori, per intensità drammatica, e novità di atteggiamento, alle migliori parti del Giudizio Universale.

 

L'Archi-tetto Nell’architettura, come è stato detto, già si era affermato a Firenze con i progetti della Libreria Laurenziana, della facciata di S. Lorenzo (non eseguita), della Nuova Sagrestia, dove sono le tombe Medicee. Anche come architetto militare occupa un posto eminente. Per la difesa contro le soldatesche spagnole, costruì a Firenze i bastioni di S. Miniato, a ricordo de’ quali si legge ancora questa iscrizione : «Perché grande animo con grande ingegno par cosa divina — inchinatevi a Michelangiolo — o italiani o stranieri ».
Altri disegni compì a Roma per il Campidoglio, Porta Pia, S. Maria degli angeli.

 

Architetto So-vrintendente della Fabbrica di S. Pietro Ma, dopo la morte dell’architetto Antonio da San Gallo, che dirigeva i lavori della fabbrica di
S. Pietro, il papa Paolo III chiamò il Buonarroti alla direzione generale della grande opera, col titolo di architetto sovraintendente. In tale ufficio venne poi riconfermato dai pontefici successivi Giulio III, Paolo IV e Pio IV.



CAMPIDOGLIO - (Oggi Palazzo Comunale)

  La fabbrica di S. Pietro era stata divisa dai precedenti architetti in un’ infinità di parti, discordanti tra loro. Michelangiolo la riconcentrò, e, sovrapponendo la cupola all’edificio complesso, dette un’ impronta di unità e di massima semplicità nelle linee. E per le fatiche spese in tanti anni di questa costruzione del gran tempio non volle ricompensa, dicendo di aver consacrate le sue forze alla gloria di Dio.
Qui egli resistette, impegnato nella sua responsabilità di fronte ai malevoli, che facevano di tutto per sostituirlo. Tutte le energie del Gran Vecchio, come lo chiamavano allora, erano riconcentrate nella fabbrica di S. Pietro, dove egli diceva esservi stato messo da Dio. L’ impegno, da lui posto in questa opera, si rileva dalle sue stesse dichiarazioni:
« Ma il venire al termine di detta fabbrica non m’è ancora, per esser mancati i denari e gli uomini, riuscito.
Io, perchè son vecchio e non avendo a lasciare altro di me, non l’ho voluta abbandonare, e perchè servo per amore di Dio, e in Lui ho tutta la mia speranza ».
Infatti, riuscì sempre a sottrarsi alle ripetute
richieste del Granduca Cosimo I, che lo voleva a Firenze per la basilica di S. Lorenzo e per altre opere.
Volendo comprendere l’ardore e l’ impegno tenace, col quale Michelangiolo attendeva al grandioso lavoro di Roma, basta riferire quanto scrive in una lettera al Vasari
« Io chiamo Dio in testimonio come io fui contro mia voglia con grandissima forza messo da Papa Paolo nella fabbrica di Santo Pietro di Roma dieci anni sono, e se si fussi insino oggi seguitato di lavorare in detta fabrica come si faceva allora
 

io sarei ora a quello di detta fabrica ch’ io ho desiderato, per tornarvi costà, ma per mancamento di lavori ella s’è molto allentata; e allentasi quando ella è giunta in più faticosa e difficil parte, in modo che abbandonandola ora non sarebbe altro che con grandissima vergogna perdere tutto il premio delle fatiche ch’ io vi ho durate in detti dieci anni per l’amore di Dio ».

In ultimo dice al Vasari un’altra ragione, per cui non può abbandonare l’opera per ritornare a Firenze « La conclusione è questa di farvi intendere quello che segue dello abbandonare la sopradetta fabbrica e partirsi di qua. La prima cosa contente- rei parecchi ladri e sarei cagione della sua rovina e forse ancora del serrarsi per sempre; l’altra ch’ io ho qualche obbligo e una casa (era quella di Macel de’ Corvi) e altre cose che vagliono qualche migliaio di scudi, e partendomi senza licenzia, non so come andassino; l’altra ch’ io son mal disposto della vita e di renella, pietra e fianco, come hano tuti i vechi, e maestro Eraldo ne può far testimonianza che ho la vita per lui ». Ma egli rimase al suo posto, e anche negli ultimi anni si doleva soltanto che per la cagionevole salute non poteva esser presente ai lavori della cupola ; tuttavia fu sempre forte nel sentimento del dovere e nella ferma volontà di consacrare la sua arte a così nobile scopo. La Cupola di S. Pietro immensa terribile macchina come la chiama il Vasari, nel sapiente accordo delle linee, che hanno unità e semplicità, nello slancio sublime verso il Cielo, ci dà la misura di Michelangiolo, come insuperato Maestro di architettura.

Si rimane colpiti e pieni di ammirazione per quella sterminata grandezza, che sgomenta a guardarla.

  Chi si mette sotto a questa cupola, e si rivolge in alto, più che in qualunque luogo sente tutta la propria piccolezza, e il bisogno di innalzare l’anima verso Dio.

 

Il Poeta La poesia di Michelangiolo ha un’ impronta personale, come ogni altra manifestazione della sua arte, che si distingue da quelle del suo tempo.
Poesia forte e rude, che esprime il suo travaglio intimo, i giorni grigi, l’amarezza della solitudine.
Chi mai spiegherà, come Michelangiolo a sera della sua giornata potesse raccogliersi nella poesia e là eternare i sospiri del cuore, i segreti, le speranze ardite? Era dice uno scrittore — la sua evasione, la valvola di sicurezza per alleggerirlo di quel peso interiore, di quel morboso soffrire, di tutte le angosce, le delusioni, gl’ inganni. Anche nella poesia scavò nel profondo. Nei versi martellò la parola e la frase, con lo stesso furore con cui l’artista martellava il marmo per costringerlo a manifestare le mirabili forme.
Racconta il Condivi ch’Egli stette alquanto tempo, senza attendere all’arte, e lasciati il mazzuolo e il pennello, si diede solo alla lettura dei poeti e oratori nostri e a scriver versi. Amò, sovra gli altri, Dante, per conformità d’ ingegno, al quale molto si avvicinò con le sue poesie, e avrebbe dato ogni condizione più felice del mondo per esser pari a lui.
Alludendo alle proprie fattezze fisiche, scrisse:

«La faccia mia ha torma di spavento ».

E riferendosi alle condizioni di tormentoso lavoro:



LA CUPOLA DI S. PIETRO

  « La mia allegrezza è la malinconia,
e il mio riposo son questi disagi ».


I concetti della bellezza, della gioventù e dell’amore si affermano nelle liriche indirizzate a un giovane romano, Tommaso Cavalieri, e in quelle dedicate a Vittoria Colonna, poetessa, che fu la sua ispiratrice. Molte poesie scrisse, dopo i sessanta anni, e nella maggior parte di esse esternò il suo affetto per quella nobile Donna, con freschezza di fantasia giovanile, quasi sempre accompagnata da sentimenti di cristiana pietà.
Nella sua attività poetica sono idealizzati l’amore, la gioventù, la bellezza, con un’ impronta di stile non comune, avendo Egli la mano, che non solo ubbidiva all’ intelletto, ma alle altissime ispirazioni e idealità del suo genio.
Nella lotta, tra la materia e lo spirito, tra il senso carnale e l’amore puro, si avverte, senz’altro, l’affermazione dell’uomo che ascende verso le alte sfere, mediante la grazia santificante e letificante, che viene dall’amore di Dio.

« Voglia sfrenata è il senso, e non amore,
che l’alma uccide. Amor può far perfetti
gli animi qui, ma più perfetti in Cielo ».


E l’amore lo guida a scolpire e a dipingere, con disposizione di animo, in cui vive la grazia, perchè solo allora può venire 1’ ispirazione:

« Dal mortale al divin non vanno gli occhi,
che sono infermi, e non ascendon dove
ascender, senza grazia, è pensier vano ».
  Oltre le meditazioni, in cui s’ immerge il suo intelletto acuto e profondo, la patria e la religione sono i temi che ispirano il suo canto.
È questa la poesia che chiude 1’ ultimo periodo della sua vita : è il disinganno per la falsità del mondo, è la speranza di rifugiarsi unicamente in Dio.
« Il più grande artista della Rinascita — scrive il Papini — è anche uno dei più grandi cristiani di quell’età. Il suo poeta era Dante, i suoi compagni i giganti, la sua stanza la cupola di S. Pietro non poteva fare a meno di sentire la infinita miseria del peccatore e 1’ infinita misericordia di Cristo ».
Infatti, vicino a morte, pensa alle sue colpe
passate:

«Carico di anni e di peccati pieno,
e nel mal uso radicato e forte ».


Allo stesso tempo, però, con tutta la fiducia si
rivolge a Dio.

« L’anima volta a quell’amor divino,
che aperse, a prender noi in croce, le braccia ».

Arte  Michelangelo e la casa natale