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MICHELANGIOLO
L'UOMO - IL SOMMO ARTISTA
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Tratto dall'omonimo libro di Mons. IVANO RICCI
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MICHELANGIOLO, AUTORITRATTO - Galleria degli Uffizi - Firenze |
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L'Uomo |
Michelangiolo nacque il 6 marzo 1475 da Lodovico
Buonarroti e da Francesca di Miniato del Sere a Caprese.
In quei tempi lontani, il territorio capresano doveva
avere certo una linea più accentuatamente rupestre,
quantunque dentro le antiche mura del castello, di cui
oggi rimangono soltanto ruderi massicci, contenesse la
casa, che era la residenza del potestà. Pittoresco
sempre resta il paesaggio, dove, verso settentrione,
spicca il Crudo Sasso di S. Francesco, e in basso il
fiume Sinigerna, affluente del Tevere, serpeggia lento
tra i monti e le valli.
Il padre di Michelangiolo, essendo potestà di Chiusi e
Caprese, dimorava sei mesi in una sede e sei nell’altra.
Da un documento, però, si rileva che il figlio
nacque, quando Lodovico si trovava a Caprese.
Ciò chiaramente risulta da una copia dell’atto
di nascita, scoperto da Alessandro Gherardi, tra le
carte dell’Archivio Buonarroti.
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LA CASA, DOVE NACQUE MICHELANGIOLO |
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La casa natale porta 1’ iscrizione : « In questa
umile cameretta il dì 6 marzo 1475 — nacque — Miclielangiolo
Buonarroti ». Un bimbo tranquillo e grave si sveglia a Caprese —
scrive Emilio Ludwig — cresce a Firenze, penetra creatore
poderoso nella città dei Papi; il castello e la basilica si
riflettono nella sua anima.
Dopo essere stato battezzato nella chiesetta di
S. Giovanni, appena trascorso un mese dalla nascita, fu portato
a Settigriano (Firenze) e dato a balia alla moglie di uno
scalpellino.
Michelangiolo nella sua vita adulta giustamente affermò che il
proprio mestiere l’aveva succhiato col latte. La sua famiglia
era fiorentina e l’aria che respirò — dice Giovanni Papini fin
quasi a venti anni fu quella delle colline e delle strade
fiorentine. A sei anni perdette la madre.
Nella prima età il padre suo voleva che attendesse alle lettere,
ma egli invece era inclinato all’arte, alla quale si dedicò
frequentando la bottega del Ghirlandaio, pittore fiorentino.
Ancor fanciullo, andando a imparare con lo
scultore Pietro Torrigiani, da questi, per rivalità, si buscò un
pugno che gli deturpò il naso per tutta la vita. Michelangiolo
fu accolto da Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, protettore
di artisti e di letterati, che lo volle nel suo palazzo, come
fosse uno della propria famiglia. Lorenzo aveva fondato una
scuola per promuovere la scultura, e Michelangiolo, alla vista
delle opere raccolte nei giardini |
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LA PIETA' - Nella Basilica di S. Pietro - Roma |
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medicei, si determinò a diventare scultore. Vedendo prossima
la caduta de’ Medici, per l’avanzare dell’esercito francese,
guidato da Carlo VIII, riparò a Bologna, a Venezia, poi di nuovo
a Firenze. In seguito di tempo alternò il suo soggiorno tra
Firenze e Roma, dove dimorò dal 1534 fino alla morte.
Michelangiolo, nel suo aspetto fisico, fu piuttosto debole e
malaticcio, piuttosto brutto, tanto che egli si raffigurò in
quel verso : «la faccia mia ha forma di spavento ». Egli stesso
affermò di aver rinunziato a prendere moglie per attendere
all’arte, che gli fu idolo e monarca, e a chi gli rimproverava
tale cosa, egli rispondeva argutamente «Io ho moglie troppa, che
è quest’arte, che mi ha fatto sempre tribolare ed i miei
figlioli saranno le opere che io lascerò ».
Conosceva a meraviglia la struttura del corpo umano, avendola
esaminata e studiata dal vero nei cadaveri dell’ infermeria di
Santo Spirito a Firenze.
Lavorava indefessamente, e diceva con ragione ad Ascanio
Condivi, suo biografo : « Ascanio, per ricco ch’ io mi sia
stato, sempre son vissuto povero ». Dormiva poco, viveva
solitario ; faticava molto, parte della notte attendendo alle
sue sculture. Era tutto preso dall’ ispirazione dell’arte e dai
sacrifici che gl’ imponeva, cosicché dimenticava ogni comodità
della vita. Si era fatto una specie di elmo di cartone, sul
quale fissava una candela, per lavorare con più profitto nelle
ore notturne.
Racconta il Vasari che una volta, a notte avanzata, gli mandò
quattro mazzi di candele di dieci libbre l’uno. Ma
Michelangiolo, avendole rifiutate, il servitore che gliele aveva
portate disse che si era stancato, e che invece di riportarle
via, gliele avrebbe messe tutte ritte in certa fanghiglia,
davanti alla |
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porta, e che le avrebbe poi accese tutte. Allora
Michelangiolo subito disse: « Posale costi, chè io non voglio
che tu mi faccia le baie all’uscio ».
Ebbe familiarità con gli uomini più famosi del suo tempo ; sette
pontefici, che durante la sua vita si succedettero sulla
cattedra di S. Pietro, raccomandarono al genio di lui 1’
immortalità del proprio nome.
Il padre suo, Lodovico, che a Firenze esercitava uffici modesti,
morì nel 1534 a 92 anni. Michelangiolo ebbe quattro fratelli:
Buonarroto, Leonardo, Giovan Simone e Sigismondo. Anche quando
era travagliato da mille difficoltà, Michelangiolo si occupava
della casa, dei fratelli, del nipote ; sempre consigliava i suoi
cari in molte lettere e li ammoniva come un buon padre di
famiglia.
Con i suoi guadagni acquistò case in Firenze e diversi terreni
nel contado fiorentino. Circa i sessanta anni cominciò a sentire
i disturbi del male che lo tormentò poi lungo tempo. « Per
quello che giudicano i medici, dicono che io ho il male della
pietra » così scriveva al suo nipote Leonardo. E confessava che
questo incomodo gli era sopraggiunto a causa di tante fatiche e
di tanti disagi, sopportati con eroica costanza. Lo curava
Realdo Colombo, medico eccellente.
Ma per curare il suo male aveva più fiducia nelle preghiere che
nelle medicine : « ho avuto buon medico, ma più credo alle
orazioni che alle medicine ». Si aggiunsero poi sventure
familiari; a poca distanza di tempo gli morirono due fratelli: Giovan Simone e Sigismondo, poi il servo fedelissimo Francesco
Amadori, detto Urbino, di Casteldurante, che lo aveva servito
per 26 anni. Scrisse su questo fedele servo una lettera
commovente, dicendo: |
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PARTICOLARE DEL DAVID - Galleria antica e moderna - Firenze |
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« dove in vita mi teneva vivo, morendo mi ha insegnato a
morire ».
Presentiva vicina la fine, e affermava che non nasceva pensiero
in lui in cui non vi fosse scolpita la morte, della quale aveva
perfino rappresentata 1a figura nella propria abitazione a Macel
de’ Corvi presso il Foro Traiano, a Roma. Diceva : « Io sono
tanto vecchio che spesso la morte mi tira per la cappa, perchè
io vadia seco, e questa mia persona cascherà un dì e sarà spento
il lume della vita ». Visse fino a quasi 90 anni. Tre anni prima
di morire, una volta si alzò scalzo, e in tale stato per tre ore
stette a disegnare, poi svenne, e si credette che fosse morto ;
poi ritornò in sè. Tre giorni prima della morte, per cacciare la
sonnolenza, volle provarsi a cavalcare il suo ronzino di
color castagnaccio per andare a vedere i lavori a S. Pietro,
secondo il solito, ma il freddo della sera e la debolezza di
testa e di gambe glielo impedirono, e così ritornò al fuoco in
una sedia, dove stava più volentieri che a letto. Intanto, dalla
Chiesa di S. Giovanni Decollato, detta dei Fiorentini, dove
risiedeva la Confraternita a cui apparteneva Michelangiolo, un
sacerdote partiva col SS. Sacramento, seguito dai fratelli con
torce accese, in mezzo a due file di cittadini inginocchiati,
poiché la notizia della fine imminente di Michelangiolo si era
sparsa per tutta Roma.
La sera del 18 Febbraio 1564 il suo grande spirito abbandonava
la terra, dove aveva tanto lottato, creando capolavori di una
potenza sovrumana. Il suo corpo fu posto provvisoriamente nella
Chiesa dei SS. Apostoli, ma poi fu portato a Firenze nel tempio
di S. Croce, dove su disegno del Vasari, gli fu innalzato il
sepolcro. |
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Lo Scultore |
Della sua vastissima opera di scultore, pittore, architetto,
poeta, dobbiamo qui ricordare soltanto i capolavori. Come
artista, amava tutte le cose belle, e questo amore nasceva da
qualunque forma gli suscitasse nell’animo e nella fantasia un’
immagine superiore di bellezza. Ascanio Condivi, che scrisse la
vita di Michelangiolo, dice che egli amava la bellezza umana, ma
universalmente ogni cosa bella, un bel cavallo, un bel cane, un
bel paese, una bella pianta, una bella montagna, una bella
selva, e ogni cosa bella e rara nel suo genere, ammirandola con
meraviglioso affetto. Michelangiolo era nato per la scultura,
dove trasfuse la sua alta spiritualità ; nelle opere si firmava
scultore fiorentino. Viene tralasciata la cronologia, perchè le
sue opere vanno oltre il tempo, e vivono in tutti i tempi. |
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La pietà |
Uno dei suoi primi lavori, nel quale si rivela l’arte
eccezionale dello scultore giovanissimo, è La Pietà, che è in S.
Pietro a Roma. Il gruppo rappresenta, con fine delicatezza, il
dolore materno della Vergine, che tiene sulle ginocchia il corpo
del suo Figlio divino. Le parole di Giorgio Vasari esaltano
efficacemente quest’opera meravigliosa, in cui si afferma
subito, con perfezione di forma, il temperamento artistico dello
scultore. « (Alla quale opera (La Pietà) dice il Vasari, non
pensi mai scultore, né artefice raro poter aggiungere di
disegno, di grazia, né con fatica poter mai di finezza,
pulitezza, e di traforare il marmo tanto con arte, quanto
Michelangiolo vi fece, perchè si scorge in quella tutto il
valore e il potere dell’arte ». La dolcezza della Madre rende
amabile il suo dolore, il corpo del Figlio è affranto dai
tormenti della passione e dallo strazio del patibolo. |
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IL MOSE' - Chiesa di Pietro in Vincoli - Roma |
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È la prima grande opera di Michelangiolo, che viene accolta
nel tempio di S. Pietro, dove pure, nell’ultimo tempo della
vita, sorgerà la sua Cupola meravigliosa.
Si racconta che uno di alcuni visitatori lombardi recatisi a
vedere questo lavoro della Pietà, domandò chi ne era l’autore.
Un altro rispose : « è il nostro Gobbo di Milano » (Cristoforo
Solari, artista milanese). Michelangiolo, che per caso era
presente, si sdegnò di questa attribuzione e «una notte vi si
serrò dentro con un lumicino, e avendo portato gli scarpegli —
così riferisce il Vasari — vi intagliò il suo nome ». |
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Il David |
Quando tornò a Firenze, dal Gonfaloniere Pier
Soderini e dagli Operai di S. Maria del Fiore ebbe
il permesso di lavorare un blocco di marmo. Egli voleva
rappresentare David e Golia, il giovinetto che tiene il piede
sul gigante ucciso.
Ma non bastando il blocco, rappresentò David, eroe giovane, con
dimensioni gigantesche, con fierezza di atteggiamento, pieno di
forza e di audacia, in atto di affrontare il gigante. Nell’
immobilità della statua marmorea c’è l’umanità del moto e della
passione espressa con indicibile segreto, che sarà quello di
tutta l’arte michelangiolesca.
L’artista ha scolpito il suo eroe giovane nella pienezza della
sua gioventù, tra i ventisei e i ventinove anni. Il così detto
David — spiega Giovanni Papini è il primo autoritratto della sua
anima passionata, severa, scontenta, pugnace e impaziente. Quel
David non è il pastore ebreo, non è 1’ uccisore di Golia, ma è
il monumento alla giovinezza vittoriosa e trionfante. |
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Il Buonarroti sentiva in sé quell’impeto di fermenti e di
tormenti, quel sogno di sovrastare a tutti, ai grandi del
passato e del presente, che è nell’animo dei giovani generosi di
nobile e prepotente genio.
Il David fu collocato davanti al Palazzo della Signoria, e lì
stette per quattro secoli; nel 1873 fu tolto per non tenerlo più
esposto all’ intemperie, e portato alla R. Galleria di Arte
Antica e Moderna di Firenze. |
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Il Mosè |
Il Pontefice Giulio TI gli ordinò di fare un monumento
sepolcrale per sé da collocarsi in S. Pietro, monumento che
doveva riuscire colossale, imponente, con 40 statue
rappresentanti : arti, virtù, santi, profeti ecc. Di tutto
questo complesso Michelangiolo eseguì due statue: Lia e Rachele
(vita attiva e contemplativa) e il titanico Mosè, che sta nel
centro e tiene sotto il braccio destro le tavole della Legge;
Mosè, dalla fronte caprina, con una mano posata sulla barba
fluente. Il profeta, sdegnato col popolo ebreo prevaricatore, è
la rivelazione dell’anima e della collera di Michelangiolo.
Questo capolavoro si trova ora nella chiesa di S. Pietro in
Vincoli a Roma. La causa, che impedì la grandiosa opera, è da
ricercare, oltre che in altri fatti, nella invidia di Bramante e
Raffaello.
Lo dice chiaramente Michelangiolo in una lettera : « Tutte le
discordie che nacquono tra papa Giulio e me, fu l’invidia di
Bramante e di Raffaello ». E questa fu la causa ch’ei non
seguitò la stupenda opera in vita sua. |
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LE PARCHE - Galleria Pitti - Firenze |
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Le tombe Medicee |
Il pontefice Leone X, della casa Medici, oltre il disegno
della facciata della chiesa di S. Lorenzo a Firenze, che non fu
poi eseguito, gli ordinò di fare la Sagrestia Nuova (presso la
stessa chiesa) destinata ai sepolcri della sua famiglia.
Al tempo di Clemente VII (parimente de’ Medici) furono
proseguite le tombe medicee, rappresentanti Lorenzo e Giuliano
de’ Medici. Lorenzo pare un generale, che dalla cima di una
collina assista a un combattimento dei suoi soldati, mentre
Giuliano, come indifferente e sordo a quanto avviene intorno a
sé, sembra assorto in profondi pensieri. Accanto stanno le
figure dell’Aurora, del Crepuscolo, del Giorno e della Notte.
L’Aurora e il Crepuscolo raffigurano i passaggi da uno stato di
animo a un altro; il Giorno e la Notte rappresentano la vita e
la morte. In tutte queste figure è nascosto un significato
profondo, che è ancora oggetto di discussione e di ammirazione.
Giustamente scriveva un moderno scultore, Giovanni Dupré,
riguardo a queste tombe medicee: « La generazione, che possa
fissare gli occhi della mente nelle profondità
michelangiolesche, forse non è ancora nata ». |
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Il Pittore
Gli affreschi della Sistina |
L’ impresa più difficile per Michelangiolo fu quella di
dipingere la Cappella Sistina nel Palazzo Vaticano, perchè la
pittura, egli diceva, non era
arte sua.
Eppure, di fronte al comando del Pontefice Giulio Il, uomo fiero
e magnanimo, autoritario, dovette sobbarcarsi all’ immensa
fatica. Michelangiolo doveva affrescare tutta la volta, nella
quale, secondo l’antico Testamento, rappresentò la storia del
mondo : la divisione delle tenebre dalla luce, la creazione del
sole e della luna, la benedizione del |
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CRISTO GIUDICE - Cappella Sistina - Palazzo Vaticano |
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Creato, la creazione dell’uomo, la creazione della donna, la
scena del peccato, Noè che accende il fuoco sull’altare, il
diluvio universale, l’ebbrezza di Noè ecc., poi ancora la storia
di Aman e Assuero, David che abbatte Golia, Giuditta e Oloferne.
Ma suggestive sono le figure dei Profeti e delle Sibille,
straordinarie tutte, con espressioni particolari : chi legge,
chi medita, tutte assorte in un’altissima idea. La meravigliosa
potenza di quel genio — dice uno scrittore — stampò con mano
sicura le pagine più belle della storia dell’arte. Dio e l’uomo
vi sono raffigurati come nessuna mente potrebbe immaginare.
Dopo così grande fatica, Michelangiolo, per aver tenuto troppo
lungo tempo gli occhi alzati verso la volta, guardando poi in
giù poco vedeva, sì che se egli aveva a leggere una lettera o
altre cose minute
— racconta il Condivi — gli era necessario con le braccia
tenerle levate sopra il capo. |
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Il Giudizio Universale |
Nella stessa Cappella Sistina, Michelangiolo, per ordine del
papa Paolo III, dipinse il Giudizio universale, celebre
affresco, che con le ricordate pitture della volta, costituisce
la storia dell’umanità ; dal principio del mondo alla fine,
l’epopea dei vivi e dei morti.
Il Giudizio Universale continua il vasto poema della
Sistina. Cristo giudice, con la destra minacciosa, manda da una
parte i reprobi, dall’altra gli eletti ; le figure si affollano,
le composizioni hanno un aspetto di grande spavento : sembra che
l’artista raccolga dalla Bibbia, dal poema di Dante, tutto
quello che meglio può rappresentare la scena grandiosa degli
ultimi avvenimenti del mondo. |
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Nel centro : Cristo giudice in atto minaccioso alza la
destra e sta rivolto verso i reprobi ; accanto è la Vergine, che
sembra presa da spavento, e si volge dalla parte degli eletti.
Intorno è un’ innumerevole schiera di beati, che si stende
lontariamente. Tutti sono attirati dalla potenza di Cristo, che
non è ora quella del Salvatore, ma del Giudice, che ha la
statura colossale. Egli non ha più l’aspetto dolce e soave, ma
l’aspetto tremendo e terribile.
Superiormente — dice Giovanni Magherini — a tutti i personaggi
che contornano il Giudice e la Vergine e che rappresentano la
gerarchia celeste, restano due campi semicircolari.
Michelangiolo dipinse dei nudi in svariate attitudini e formanti
due gruppi occupati ciascuno a portare gli strumenti della
passione; quelli a destra di Cristo portano la croce e la corona
di spine, quelli a sinistra la colonna, la spugna, la scala. Tra
la parte inferiore della composizione e il Cristo, e sotto a
Lui, è un altro gruppo di giovani che danno fiato alle trombe e
chiamano i morti al cospetto del Giudice. Dalle parti di questo
gruppo, che li separa, altri due ve ne sono, i quali danno il
vero carattere a quel gigantesco lavoro, poiché a destra della
pittura, cioè a sinistra dello spettatore, vi è la falange dei
beati, che s’ innalzano verso l’Empireo, vale a dire verso il
luogo occupato da Cristo e dalla sua Corte, come se a Lui
fossero attirati da arcana ma potentissima forza ; dall’altra
parte vi è un gruppo di dannati che precipitano nell’abisso, e
nel precipitare lottano con tutte le forze contro i demoni, che
li tirano in basso, e contro il peso della maledizione del
giudice.
Nei due gruppi sospesi, tanto degli eletti, quanto dei reprobi,
Michelangiolo fa risaltare la sua grande scienza, la sua
insuperabile maestria. |
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Nei primi sivede la leggerezza del corpo, la naturalezza dei
movimenti, che indicano tutti il sollevarsi da terra; nei
dannati è l’ultimo energico sforzo della disperazione, ma uno
sforzo inutile. In quelle facce disperate, in quelle figure
scontorte è qualche cosa che non si può descrivere. Gli ultimi
gruppi di figure, che terminano la composizione in basso, sono
da una parte gli eletti che si svegliano dalle tombe, al suono
delle trombe celesti ; alcuni sono allo stato di scheletro,
altri escono di sotto terra; alcuni s’ innalzano verso il Cielo
; altri sono trasportati dagli angeli alla destra del Giudice.
Dalla parte opposta è il gruppo, dove Michelangiolo superò sé
stesso; vi è Caronte il quale, con la faccia terribile, vuota la
barca piena di condannati alla pena eterna ed è figurato sulla
nave, mentre percuote i dannati, che con ogni sforzo cercano di
non precipitare nel baratro infernale.
Nei movimenti di quegl’infelici, nelle varie pose, nella
contrazione dei muscoli, nei volti disperati vi è il terribile,
vi è il sovrumano; nella faccia loro è scritta la disperazione.
L’eccellenza di quest’opera consiste nell’impareggiabile potenza
d’ invenzione, rivolta a rappresentare i vari gruppi di figure,
e nella profonda conoscenza dei corpi umani. Si racconta che
mentre Michelangiolo componeva il Giudizio Universale, Biagio da
Cesena, maestro di cerimonie, si scandalizzò di tante nudità,
che vi erano state dipinte, e giudicò che l’opera era degna di
stufe e di osterie.
Allora Michelangiolo si vendicò in modo terribilmente satirico,
raffigurando lo stesso Biagio sotto sembianza di Minos, in mezzo
ai diavoli. Biagio, indignato, si rivolse a Paolo III, il quale
gli rispose che se fosse stato messo in Purgatorio avrebbe
cercato di toglierlo, ma che, essendo nell’ inferno, non c’era
speranza di redenzione. |
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PORTA PIA - Roma
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Il papa Paolo III, volendo legare il suo nome a una
cappella, detta ora Paolina, ordinò che in essa l’artista
dipingesse il martirio di S. Pietro e la Conversione di S.
Paolo: nel primo i gruppi delle donne presso la croce dì Pietro
— così scrive Papini — e le figure degli accorrenti e dei
fuggenti intorno a Paolo caduto, non sono inferiori, per
intensità drammatica, e novità di atteggiamento, alle migliori
parti del Giudizio Universale. |
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L'Archi-tetto |
Nell’architettura, come è stato detto, già si era affermato
a Firenze con i progetti della Libreria Laurenziana, della
facciata di S. Lorenzo (non eseguita), della Nuova Sagrestia,
dove sono le tombe Medicee. Anche come architetto militare
occupa un posto eminente. Per la difesa contro le soldatesche
spagnole, costruì a Firenze i bastioni di S. Miniato, a ricordo
de’ quali si legge ancora questa iscrizione : «Perché grande
animo con grande ingegno par cosa divina — inchinatevi a
Michelangiolo — o italiani o stranieri ».
Altri disegni compì a Roma per il Campidoglio, Porta Pia, S.
Maria degli angeli. |
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Architetto So-vrintendente
della Fabbrica di S. Pietro |
Ma, dopo la morte dell’architetto Antonio da San Gallo, che
dirigeva i lavori della fabbrica di
S. Pietro, il papa Paolo III chiamò il Buonarroti alla direzione
generale della grande opera, col titolo di architetto
sovraintendente. In tale ufficio venne poi riconfermato dai
pontefici successivi Giulio III, Paolo IV e Pio IV. |
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CAMPIDOGLIO - (Oggi Palazzo Comunale) |
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La fabbrica di S. Pietro era stata divisa dai precedenti
architetti in un’ infinità di parti, discordanti tra loro.
Michelangiolo la riconcentrò, e, sovrapponendo la cupola
all’edificio complesso, dette un’ impronta di unità e di massima
semplicità nelle linee. E per le fatiche spese in tanti anni di
questa costruzione del gran tempio non volle ricompensa, dicendo
di aver consacrate le sue forze alla gloria di Dio.
Qui egli resistette, impegnato nella sua responsabilità di
fronte ai malevoli, che facevano di tutto per sostituirlo. Tutte
le energie del Gran Vecchio, come lo chiamavano allora, erano
riconcentrate nella fabbrica di S. Pietro, dove egli diceva
esservi stato messo da Dio. L’ impegno, da lui posto in questa
opera, si rileva dalle sue stesse dichiarazioni:
« Ma il venire al termine di detta fabbrica non m’è ancora, per
esser mancati i denari e gli uomini, riuscito.
Io, perchè son vecchio e non avendo a lasciare altro di me, non
l’ho voluta abbandonare, e perchè servo per amore di Dio, e in
Lui ho tutta la mia speranza ».
Infatti, riuscì sempre a sottrarsi alle ripetute
richieste del Granduca Cosimo I, che lo voleva a Firenze per la
basilica di S. Lorenzo e per altre opere.
Volendo comprendere l’ardore e l’ impegno tenace, col quale
Michelangiolo attendeva al grandioso lavoro di Roma, basta
riferire quanto scrive in una lettera al Vasari
« Io chiamo Dio in testimonio come io fui contro mia voglia con
grandissima forza messo da Papa Paolo nella fabbrica di Santo
Pietro di Roma dieci anni sono, e se si fussi insino oggi
seguitato di lavorare in detta fabrica come si faceva allora |
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io sarei ora a quello di detta fabrica ch’
io ho desiderato, per tornarvi costà, ma per mancamento di
lavori ella s’è molto allentata; e allentasi quando ella è
giunta in più faticosa e difficil parte, in modo che
abbandonandola ora non sarebbe altro che con grandissima
vergogna perdere tutto il premio delle fatiche ch’ io vi ho
durate in detti dieci anni per l’amore di Dio ».
In ultimo dice al Vasari un’altra ragione,
per cui non può abbandonare l’opera per ritornare a Firenze « La
conclusione è questa di farvi intendere quello che segue dello
abbandonare la sopradetta fabbrica e partirsi di qua. La prima
cosa contente- rei parecchi ladri e sarei cagione della sua
rovina e forse ancora del serrarsi per sempre; l’altra ch’ io ho
qualche obbligo e una casa (era quella di Macel de’ Corvi) e
altre cose che vagliono qualche migliaio di scudi, e partendomi
senza licenzia, non so come andassino; l’altra ch’ io son mal
disposto della vita e di renella, pietra e fianco, come hano
tuti i vechi, e maestro Eraldo ne può far testimonianza che ho
la vita per lui ». Ma egli rimase al suo posto, e anche negli
ultimi anni si doleva soltanto che per la cagionevole salute non
poteva esser presente ai lavori della cupola ; tuttavia fu
sempre forte nel sentimento del dovere e nella ferma volontà di
consacrare la sua arte a così nobile scopo. La Cupola di S.
Pietro immensa terribile macchina come la chiama il Vasari, nel
sapiente accordo delle linee, che hanno unità e semplicità,
nello slancio sublime verso il Cielo, ci dà la misura di
Michelangiolo, come insuperato Maestro di architettura.
Si rimane colpiti e pieni di ammirazione
per quella sterminata grandezza, che sgomenta a guardarla. |
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Chi si mette sotto a questa cupola, e si rivolge in alto,
più che in qualunque luogo sente tutta la propria piccolezza, e
il bisogno di innalzare l’anima verso Dio. |
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Il Poeta |
La poesia di Michelangiolo ha un’ impronta personale, come
ogni altra manifestazione della sua arte, che si distingue da
quelle del suo tempo.
Poesia forte e rude, che esprime il suo travaglio intimo, i
giorni grigi, l’amarezza della solitudine.
Chi mai spiegherà, come Michelangiolo a sera della sua giornata
potesse raccogliersi nella poesia e là eternare i sospiri del
cuore, i segreti, le speranze ardite? Era dice uno scrittore —
la sua evasione, la valvola di sicurezza per alleggerirlo di
quel peso interiore, di quel morboso soffrire, di tutte le
angosce, le delusioni, gl’ inganni. Anche nella poesia scavò nel
profondo. Nei versi martellò la parola e la frase, con lo stesso
furore con cui l’artista martellava il marmo per costringerlo a
manifestare le mirabili forme.
Racconta il Condivi ch’Egli stette alquanto tempo, senza
attendere all’arte, e lasciati il mazzuolo e il pennello, si
diede solo alla lettura dei poeti e oratori nostri e a scriver
versi. Amò, sovra gli altri, Dante, per conformità d’ ingegno,
al quale molto si avvicinò con le sue poesie, e avrebbe dato
ogni condizione più felice del mondo per esser pari a lui.
Alludendo alle proprie fattezze fisiche, scrisse:
«La faccia mia ha torma di spavento ».
E riferendosi alle condizioni di tormentoso lavoro: |
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LA CUPOLA DI S. PIETRO |
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« La mia allegrezza è la malinconia,
e il mio riposo son questi disagi ».
I concetti della bellezza, della gioventù e dell’amore si
affermano nelle liriche indirizzate a un giovane romano, Tommaso
Cavalieri, e in quelle dedicate a Vittoria Colonna, poetessa,
che fu la sua ispiratrice. Molte poesie scrisse, dopo i sessanta
anni, e nella maggior parte di esse esternò il suo affetto per
quella nobile Donna, con freschezza di fantasia giovanile, quasi
sempre accompagnata da sentimenti di cristiana pietà.
Nella sua attività poetica sono idealizzati l’amore, la
gioventù, la bellezza, con un’ impronta di stile non comune,
avendo Egli la mano, che non solo ubbidiva all’ intelletto, ma
alle altissime ispirazioni e idealità del suo genio.
Nella lotta, tra la materia e lo spirito, tra il senso carnale e
l’amore puro, si avverte, senz’altro, l’affermazione dell’uomo
che ascende verso le alte sfere, mediante la grazia santificante
e letificante, che viene dall’amore di Dio.
« Voglia sfrenata è il senso, e non amore,
che l’alma uccide. Amor può far perfetti
gli animi qui, ma più perfetti in Cielo ».
E l’amore lo guida a scolpire e a dipingere, con disposizione di
animo, in cui vive la grazia, perchè solo allora può venire 1’
ispirazione:
« Dal mortale al divin non vanno gli occhi,
che sono infermi, e non ascendon dove
ascender, senza grazia, è pensier vano ». |
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Oltre le meditazioni, in cui s’ immerge il suo intelletto
acuto e profondo, la patria e la religione sono i temi che
ispirano il suo canto.
È questa la poesia che chiude 1’ ultimo periodo della sua vita :
è il disinganno per la falsità del mondo, è la speranza di
rifugiarsi unicamente in Dio.
« Il più grande artista della Rinascita — scrive il Papini — è
anche uno dei più grandi cristiani di quell’età. Il suo poeta
era Dante, i suoi compagni i giganti, la sua stanza la cupola di
S. Pietro non poteva fare a meno di sentire la infinita miseria
del peccatore e 1’ infinita misericordia di Cristo ».
Infatti, vicino a morte, pensa alle sue colpe
passate:
«Carico di anni e di peccati pieno,
e nel mal uso radicato e forte ».
Allo stesso tempo, però, con tutta la fiducia si
rivolge a Dio.
« L’anima volta a quell’amor divino,
che aperse, a prender noi in croce, le braccia ». |
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